• lavorare e amare: la bussola di Tove jansson

    Labora et amare, il motto della scrittrice e illustratrice originaria di Helsinki, Tove Jansson si trovava impresso nel suo ex libris degli anni Quaranta, come ricorda nella postfazione di Fair Play, (Iperborea, 2017) Ali Smith. L’ordine non è casuale: Jansson metteva al primo posto il lavoro seguito dall’amore, interscambiandoli continuamente. È lo “stato di grazia dell’amore”, darsi la possibilità di esperire la solitudine dedita al lavoro. Trovando la giusta prospettiva grazie alla lontananza. Una distanza che non serve mai per allontanare ma per potersi riavvicinare poi. Un terreno comune di reciproca comprensione che spesso scavalca le parole.

    Mari e Jonna condividono i loro giorni in una piccola isola sperduta finlandese. Le due dialogano, si scontrano, si riappacificano, riescono a cogliere le intenzioni o i dubbi l’una dell’altra pure dai loro silenzi. Mari e Jonna sono due artiste. Mari è un’illustratrice e scrive libri mentre Jonna si dedica ad altri mestieri come intagliare e incidere il legno, dipingere, filmare con la sua amata cinepresa Konika, sempre accompagnata da Mari.

    Un rapporto tratteggiato in questo romanzo a episodi, strutturato come fosse una serie di racconti separati ma uniti dal filo rosso che lega le due veterane compagne di vita. Mari e Jonna non sono altro che lo specchio del rapporto reale di Tove Jansson con Tuulikki Pietilä, artista grafica con cui ha collaborato e compagna dal 1955.

    Le vicende raccontate sono quotidiane e apparentemente prosaiche: ci sono le questioni legate alla manutenzione della casa e della barca, la Viktoria, c’è la passione per i film western di Jonna; gli uccelli come i mugnaiacci che sorvolano sempre l’isola, i loro viaggi esplorativi come quello in Arizona fino a Phoenix. Ci sono anche le visite di persone esterne che perturbano momentaneamente l’equilibrio della coppia, pacifica nel loro sodalizio a due: Mirja, la ragazzina scontrosa ma talentuosa, allieva di Jonna, Tom e Johannes, fratello e amico di Mari, con cui da giovane pianificava di vivere secondo natura; Helda, la signora un tempo grande ammiratrice della madre di Mari, tra le fondatrici dello scoutismo femminile in Svezia, Władysław, maestro di marionette e di teatro con cui Mari collabora a un progetto.

    Si procede per somme e accumulazione lungo questo piccolo romanzo, come se Jansson non volesse tralasciare nessun dettaglio, nella messa in luce della straordinarietà di accadimenti piccoli. Un meccanismo che aiuta anche a evidenziare le caratteristiche divergenti delle due donne che trovano sempre il modo di smussare i propri spigoli senza respingersi.

    Fair Play è anche un romanzo che riflette su temi come l’arte e la creazione artistica, il guizzo e il talento che necessitano di tempo, esercizio, pazienza e i giusti strumenti per poter dare vita a un progetto significativo. Una passione catalizzante che diviene lavoro interminabile e instancabile, nella gioia di poterlo condividere, l’apoteosi di un amore, tanto grande quanto giudizioso.

    Tove Jansson però mette il lavoro al primo posto. È autrice di diversi romanzi come Il libro dell’estate, Viaggio con bagaglio leggero, e lo stesso Fair Play. La sua creatura più celebre è la serie di strisce con protagonisti i Mumin, in corso di pubblicazione con Iperborea.

    La Valle dei Mumin (C. Davidsson, A. Haridi, C. Heikkilä, T. Jansson, Iperborea, 2025) è il primo albo illustrato pubblicato che racconta le avventure dei troll Mumin e della loro bizzarra ed eterogenea famiglia, iniziando con l’arrivo nella valle dei Mumin.

    Sophia Jansson, nipote di Tove, in una nota introduttiva spiega che desidera far rivivere le emozioni suscitate dalla grande storia e dai personaggi della zia, amati da diverse generazioni.
    Dov’è questa valle? Chi sono gli abitanti? Una mappa e una piccola scheda de personaggi ci introduce i luoghi e i loro protagonisti, alcuni già presenti fin dall’inizio. Come la famiglia Mumin, formata dal curioso Mumin, la premurosa mamma e il papà avventuriero.
    Il piccolo troll è accompagnato nelle sue avventure da Tabacco, spirito nomade e dal canguro Sniff, pavido e dai gusti raffinati.

    La famiglia Mumin si ritrova nel bel mezzo di un’alluvione come non si è mai vista prima nella Valle. Mamma Mumin è alla ricerca di un posto asciutto e caldo per lei e il figlioletto. Chissà invece dove starà vagabondando papà Mumin che non è con loro.
    La foresta è buia, fitta di alberi, con fiori enormi luccicanti. All’improvvisata spedizione si unisce anche Sniff, trovato tutto solo.
    Giunti alla palude riescono a sfuggire per un pelo alle zanne di un minaccioso serpente marino grazie all’aiuto di Tabacco, che cordiale li ospita nella sua tenda per la notte.

    È già tempo di riprendere il cammino. Con le zampe piene di fango arrivano ai piedi di una ripidissima montagna, scalata grazie l’aiuto di una corda. Sulla cima si dispiega uno spettacolo bizzarro: un magnifico giardino, un Eden dei dolci, dove ogni cosa dai fiori multicolori alla neve che ricopre l’erba, è commestibile. Bisogna stare attenti a non esagerare. Meglio lasciare il giardino al più presto dopo l’indigestione e il mal di denti.

    Un indizio ritrovato vicino al fiume riaccende la speranza di ritrovare papà Mumin, solo e senza casa, al riparo sopra un albero!
    Un vecchio marabù scorbutico, per sdebitarsi del favore ricevuto, li porta in volo con sé, aiutandoli a perlustrare tutte le chiome di ogni albero e trovando finalmente papà.
    La famiglia si riunisce, la pioggia accenna a diminuire, i Mumin fino a tarda notte non riposano, hanno così tanto da raccontarsi. Papà Mumin sta costruendo una casa: non ha mai perso la speranza di ritrovarli. Proprio quella casa, a forma di stufa di maiolica, che deve aver spostato l’acqua al centro della piccola valle dove termina il loro viaggio.
    Sarà il posto giusto per l’inizio di nuove e strabilianti avventure!

  • Il cessate il fuoco tra Israele e Hamas è in vigore dal 10 ottobre. Nonostante ciò, Israele ha violato la tregua umanitaria numerose volte lanciando nuovi raid e uccidendo centinaia di civili. L’equilibrio su cui si sorregge  la sospensione del conflitto è molto fragile e certamente non cancella le gravità e le atrocità patite daǝ palestinesǝ dopo il 7 ottobre 2023.

    La questione palestinese sembra essere passata in sordina dopo la stipulazione dell’accordo ma, come tutte le parti del mondo in cui è in corso un conflitto, è bene tenere viva l’attenzione e alimentare la discussione. Per non tralasciare nessun dettaglio. Perché tutte le persone morte, ferite, sfollate, rimaste sole senza nessunǝ possano ricevere almeno la dignità di una cassa di risonanza che rimbomba. Anche solo una piccola eco può ridonare speranza, far percepire di non essere statǝ dimenticate dal mondo. Loro non hanno il lusso di voltare la testa oltre lo schermo per ignorare le notizie di un massacro mai cessato, più o meno silente ma ininterrotto da dopo il Secondo conflitto globale.

     

    Ecco quindi una piccola bibliografia, seppur parziale, di libri con protagonista la Palestina, una terra in cui dal 1948 è stato versato sangue in maniera copiosa.

    Muro di qua, muro di là, Piccola storia sulla Palestina, David Perfetti e Teresa Falanga, Miranda Editrice, 2022

    Questa storia dai tratti fiabeschi ed evocativi ci trasporta in una città, al confine con un Regno potente, costruita con una pietra color hummus e yogurt. Il racconto è arricchito da dettagli di forme e profumi: lǝ autorǝ ci portano attraverso i vicoli della città, nel variegato mercato che pullula di tradizioni e usanze differenti che si rispecchia nelle forme geometriche e dai pattern sgargianti che spaziano sulla pagina.

    La convivenza pacifica è però presto interrotta: il Regno vicino decide di conquistare tutto il territorio attorno a sé ed erige un imponente muro divisivo. La vita ai piedi del muro continua a scorrere nonostante gli impedimenti. Lǝ bambinǝ continuano a studiare e giocare. Il suono delle campane e del canto del muezzin continua a riecheggiare per le strade della città.

    Come trasformare quel muro, così grigio e anonimo? Se non può essere buttato giù, perché non decorarlo?  Così, eccolo colmo di disegni e scritte di speranza da un lato, un mosaico di pace, amorfo e spento dall’altro.

    Il Regno ha persino schierato un esercito ma molti soldati sono talmente fragili che devono ostentare durezza per mascherarlo. Sono costretti a rinunciare alle loro aspirazioni per eseguire gli ordini e combattere. Non c’è in ciò differenza tra i due popoli: entrambi hanno le “speranze congelate”.

    Potrà il seme di un futuro nuovo germogliare mai in questa terra martoriata?  “Pace e speranza” è il messaggio di chiusa che porta con sé l’inizio di una nuova storia. 

    Sognando Palestina, L’amicizia, l’amore, la guerra, Randa Ghazy, Fabbri Editori, 2002

    L’autrice Randa Ghazy pubblica il suo primo romanzo a quindici anni. La storia segue le vicissitudini di un gruppo di ragazzǝ che vive in Palestina seguendolǝ per l’ultimo decennio del secolo scorso, con un tono diretto e privo di fronzoli. Ghazy all’occorrenza è evocativa, rapida e frammentata  per l’incredulità delle scene dolorose narrate.

    Ibrahim, un ragazzo di trent’anni figlio di un muezzin e rimasto senza famiglia, ha lo stesso spirito indomito e accentratore del padre, freddato un giorno qualsiasi dai soldati israeliani, mentre recitava alcuni versetti del Corano.  Da allora Ibrahim cerca di costruirsi un’esistenza dignitosa e serena, creando una propria famiglia d’elezione che raccoglie giovanǝ accomunatǝ dallo stesso destino infame: intessere la propria rete di relazioni d’amore e d’amicizia; progettare un’avvenire con una casa e un lavoro, desideri e angosce comuni, mentre si è circondati da un circolo ininterrotto di violenza generazionale.

    Dopo la prima Intifada i paesi occidentali più influenti, in primis gli USA, continuano a sostenere Israele e anzi bollano la Palestina come stato terrorista, condannando qualsiasi atto di resistenza da parte della popolazione. Le Forze di Difesa Israeliane sono una presenza invasiva nei villaggi, dove le persone cercano di sopravvivere con il poco che hanno a disposizione e dove non è raro vedere scoppiare agitazioni, vedere pietre scagliate dallǝ abitantǝ esasperatǝ e pallottole dei soldati ferire e uccidere.

    Ibrahim, Nedal, Ahmed, Gihad e Riham; poi Mohammad e Ramy ed infine Ualid cercano di rispondere all’odio cronico da cui sembra impossibile sottrarsi con un baluardo fatto di aspirazioni di normalità, con l’amore che nutre e vorrebbe fare da panacea agli orrori quotidiani.

    Può bastare questo per sottrarsi dalla morte?

    Cronache di Gerusalemme, Guy Delisle, Rizzoli, 2012

    Tra il 2008 e il 2009 Guy Delisle, fumettista canadese, trascorre un anno con la famiglia a Gerusalemme a seguito della moglie Nadège, che lavora nell’amministrazione di Medici Senza Frontiere, e con due figli piccoli.

    La situazione in città è paradossale: un muro la divide ostacolando la libera circolazione e i tanti quartieri in cui è divisa (la famiglia Delisle vive in quello arabo di Beit Hanina, sprovvisto di tutti i servizi di cui invece godono i quartieri ebrei, dovendo ad esempio dotarsi di piccoli bus solo per persone palestinesi, non potendo godere dei trasporti pubblici) rappresentano la convivenza difficile, ricca di tensioni, tra le diverse componenti etniche e religiose.

    Delisle scandisce il suo racconto attraverso i mesi e gli avvenimenti quotidiani del periodo, con un’ironia che vuole essere sia pungente che scherzosa, il cui fine è provare ad alleggerire le tensioni del momento storico che fa capolino tra le pagine di questa graphic novel, i giorni della cosiddetta “Operazione Piombo Fuso”, in cui dieci giorni di bombardamenti a Gaza costarono la vita a più di mille persone, tra cui pure una scuola dell’ONU.

    In questo lasso di tempo l’autore, senza un impiego continuativo, registra i dettagli di ciò che succede intorno a lui in un blog, si occupa della gestione familiare accompagnando lǝ bambinǝ a scuola e supportando la moglie nei suoi impegni lavorativi. Partecipa pure di tanto in tanto a qualche fiera per tenere corsi o presentazioni.

    Questo libro prova a coniugare insieme due lati distinti dell’anno trascorso a Gerusalemme: l’ambientamento in un nuovo paese, le esplorazioni dei dintorni tentando di vedere il maggior numero di cose possibili, la ricerca di spazi da ritrarre (molte sono prospettive del muro oltreché di luoghi sacri come, ad esempio, la spianata delle moschee), il desiderio di stringere anche amicizie; dall’altro lato la difficoltà oggettiva del territorio costituita da checkpoint, perquisizioni, spostamenti difficoltosi e tensioni sempre sull’orlo dell’esplosione, nel tentativo di operare una sintesi che possa riunire queste contraddizioni.

    Sulla mia terra, Francesca Mannocchi, storie di israeliani e palestinesi, DeAgostini, 2024

    Francesca Mannocchi, giornalista e scrittrice autrice di diversi reportage in zone teatro di scontri, opta per uno sforzo di sintesi nella storia di divergenze tra popolo palestinese ed ebraico. Mannocchi esplicita, infatti, la scelta di sospensione del giudizio e la volontà di non schierarsi dalla parte di nessuna fazione ma di incoraggiare il dialogo e la reciproca conoscenza dell’altrǝ.

    Il saggio è corredato di mappe, schede di approfondimento terminologico (soffermandosi su parole chiave come Kibbutz, sionismo, colonialismo, jihad islamica e refusenik, solo per citarne alcune) e un capitolo dedicato alla cronologia del conflitto, dalla nascita dello Stato di Israele fino ai giorni nostri, ripercorrendo le tappe salienti come la Guerra dei Sei giorni, che ha eroso significativamente il territorio palestinese o la prima e la seconda Intifada e l’accelerazione della fondazione di avamposti e colonie israeliane in Cisgiordania, le quali frammentano il territorio destinato alla popolazione palestinese impedendone la libera circolazione.

    Fatti storici si intersecano con storie individuali e l’autrice affianca l’opera con lo studio di ricerche e dati per poter dare al proprio lavoro una configurazione più dettagliata e documentata possibile. Qui trovano spazio le storie di persone comuni, ostacolate nella loro quotidianità, divenuta più travagliata da dopo lo spartiacque del 7 ottobre: dallǝ sfollatǝ nel kibbutz di Shefayim ad Aisha, una ragazzina che vive in una grotta con la famiglia nei pressi di Hebron/Al-Khalil. O ancora, da Abu Muhammad, ragazzo nato e cresciuto nel campo profughi di Jenin la cui detenzione carceraria ingiustificata lo ha costretto ad abbandonare il sogno di frequentare l’università a Yahya Idais, bottegaio di Hebron che conduce con la propria famiglia un’esistenza da segregato in casa per le restrizioni della circolazione in città, divisa dal filo spinato, spesso soggetto agli abusi dei coloni.

    Diversǝ sono lǝ attivistǝ intervistatǝ: ad esempio Iddo Elam, ragazzo israeliano che ha scelto di astenersi dalla leva militare obbligatoria o Mustafa Sheta, direttore del Fredoom Theatre, un luogo di cultura e resistenza, a Jenin. Mannocchi cerca di porsi in un atteggiamento non giudicante anche quando intervista chi si definisce unǝ attivista della causa sionista, come Yonatan Shay, portavoce del più grande movimento sionista in Israele e Daniella Weiss, che assiste i giovani coloni nella scelta di vivere in un avamposto, che poi diverrà colonia, non riconosciuta dal diritto internazionale.

     Il saggio, in ultima istanza, vuole suscitare interrogativi, tra cui il più importante: potrà mai essere spezzato il circolo della violenza?

    Mentre il Mondo guarda, un anno a Gaza, 2023-2024, While the World Whatches, a year in Gaza, Gina Nakhle Koller, Eris, 2025

    La cronistoria a fumetti di Nakhle Koller, artista di origini libano-palestinesi, prende le mosse d’avvio dall’escalation innescato il 7 ottobre 2023, specificando tuttavia che la realtà di oppressione e usurpamento delle proprie terre vissuta daǝ palestinesǝ affonda le sue radici da ben prima, dalle conseguenze della Prima guerra arabo-israeliana, la Nakba, cioè “Catastrofe”.

    Ogni immagine è associata a un evento accaduto in un giorno specifico, con una breve didascalia di approfondimento in italiano e in inglese. L’autrice vuole svelare il costo umano del genocidio più documentato della storia, accusando i responsabili, e chi li ha appoggiati, di tutti i crimini commessi nei confronti di giornalistǝ, operatorǝ umanitari, donne, bambinǝ, uomini, un intero popolo decimato che nonostante tutte le atrocità patite trova ancora la forza di rimanere saldo e resistere.

    Le immagini incorporano spesso, affinché possano fungere da prova indelebile dei fatti, resoconti e dettagli numerici, sottolineando ad esempio che a maggio 2024 si conteggiavano oltre 10.000 persone disperse, più di 40.000 persone uccise, oltre 7.000 arrestate e più di 1.7 milioni di sfollatǝ.

    Una realtà amara che ha avuto una copertura mediatica massiva, come mai prima d’ora, purtroppo molte volte silenziata. Questa raccolta di tavole crude e concrete vuole provare a dare forma, soprattutto iconografica, agli orrori che a parole si fatica a descrivere. Prova a contribuire al racconto di un genocidio, perché nonostante lo sterminio di intere famiglie nessuno cada nell’oblio, perché la Palestina merita riconoscimento e giustizia, seppur postuma.

  • Ad ogni bambinǝ il suo foglio

    Tutte le persone grandi sono state persone piccole un tempo. Che cos’è un bambino, Beatrice Alemagna, Topipittori, 2008, vuole provare a rispondere all’interrogativo che si e ci pone.

    Un bambinǝ non è un adulto in miniatura ma una persona con un corpo che cresce e cambia, alcunǝ vogliono rimanere piccolǝ per sempre, mentre altrǝ hanno fretta di diventare grandi.

    Lo sguardo di Alemagna si sofferma sui desideri e sulle particolarità del mondo infantile, dando spazio anche alle specificità degli adulti: lǝ bambinǝ vogliono scarpe luccicanti mentre i grandi vogliono lavarsi tutti i giorni; chi è piccolǝ non vuole dormire al buio mentre gli adulti mascherano quello che provano talmente bene che sembra non piangano quasi mai.

    Lǝ bimbǝ sono come delle spugne iper-assorbenti, lo scambio è diretto e senza filtri, l’esempio lo dai con i gesti più che con le parole; se sarai disposto ad ascoltare scoprirai tante cose che magari ignoravi.

    Un giorno cresceranno, chissà se ricorderanno che uno dei pochi modi per rimanere seduti dopo i compiti era riempire fogli (o lavagne) d’interminabili partite a tris, o che facevano disegni apocalittici con auto che esplodevano e persone che somigliavano a formiche, o ancora che erano molto abili a piegare barchette di carta. Chissà cosa ricorderanno di quella recita d’autunno, della loro frase da imparare a memoria sulle foglie secche e ingiallite.

    Magari grazie a una fotografia qualcuno potrà raccontare loro di quel Natale in cui assonnati avevano aperto i regali nel loro pigiamino rosso.

    Abitare un mondo per unǝ bimbǝ significa avere bisogno di piccoli oggetti ma non di certo possedere idee insignificanti.

    Domani si preoccuperanno per cose sostanzialmente diverse ma ora servono “occhi gentili”, e magari una storia coinvolgente, per addormentarsi tranquilli, insieme ad una luce sul comodino accanto al letto.

  • Akim corre, Claude K. Dubois, Babalibri, 2014

    Migranti, Issa Watanabe, Logos Edizioni, 2020

    Un silent book che colpisce dritto in pancia per le sue immagini eloquenti, mostrando la sofferenza del gruppo di animali protagonisti (seguiti in ogni loro passo dalla presenza incombente e silenziosa della morte) costretti a emigrare e abbandonare la propria casa per salire su una barca troppo precaria. Disposti a rischiare pur di non rassegnarsi a un domani senza speranza.

    Il nemico, Una storia contro la guerra, Davide Calì, Serge Bloch, Terre di mezzo, 2013

    Due soldati in trincea combattono un nemico invisibile. L’unico spiraglio sul mondo è il buco, l’unico obbiettivo eliminare l’altro, irrimediabilmente cattivissimo, che l’hanno istruito a odiare e temere.

    Quando termina questa guerra? Spinto dalla stanchezza e dal desiderio di tornare a casa una notte il soldato decide di uscire dal suo nascondiglio e sorprendere il suo avversario. Cosa succederebbe se scoprissero di non essere poi così diversi l’uno dall’altro?

    Lo sguardo oltre il confine, Francesca Mannocchi, DeAgostini, 2022.

    Il saggio di Francesca Mannocchi, giornalista e scrittrice che si occupa di luoghi attraversati da conflitti e fenomeni migratori, si sofferma su sei diverse zone teatro di scontri e contese tra diversi gruppi etnici e religiosi: Libano, Afghanistan, Ucraina, Libia, Iraq e Siria.

    Ogni capitolo parte inizialmente dalla geografia così da offrire anche un contesto d’ancoraggio ai fatti storici narrati per poter meglio spiegare gli avvicendamenti attuali. Troviamo ad esempio citate l’ondata di proteste delle primavere arabe, cominciate nel 2010, la prima e la seconda Guerra del Golfo (1990 e 2003) o ancora la nascita del califfato proclamato dall’Isis o le rivolte scoppiate nella zona del Donbass nel 2014.

    Mannocchi dota ogni sezione di una sua cronologia e di un glossario, oltre che di una piccola mappa per una consultazione più agevole.

    L’autrice però incrocia le informazioni della Storia con le storie individuali delle persone che devono convivere quotidianamente con le barbarie, le paure e le disillusioni di un futuro migliore. Come Mirna, una donna di Beirut che mentre andava in farmacia col figlio è stata travolta dalla violenta esplosione avvenuta nel porto; o Alina, una giovane giornalista ucraina che decide di rimanere nel suo paese dopo l’invasione della Russia.

    Di certo un libro non potrà rispondere ai tanti interrogativi che la guerra, fin dai tempi più remoti della storia dell’umanità, porta con sé. Spero, anzi, che il dibattito e le riflessioni su questo tema possano alimentarsi, come stimolo a un miglioramento collettivo, a un futuro degno di essere vissuto per tutt*.